UN INGOMBRO di Milena Campagnuolo

 

Un’intervista ad un’autrice in una trasmissione televisiva. È la presentazione del suo libro appena uscito nelle librerie. Si parla di lei, della sua vita col padre, un padre noto ai più. Butta fuori quello che ha, quello che può dire e mi colpisce una frase… "Ho avuto un padre in qualche modo ingombrante".

Inseguo il varco che una parola ha aperto. Vedo. Vedo l’ingresso in una stanza e l’immediato sparire dello spazio, interamente risucchiato da una figura che sembra poter polarizzare l’attenzione di tutto il mondo che comincia già ad un micron dai suoi abiti, un uomo che può dire sempre ed oltre chiunque altro.

Intuisco le dimensioni gigantesche che può assumere un padre così per una bambina… . E come spesso mi accade, ecco arrivare quello che io chiamo, canzonandomi un po’, pensiero profondo, già da molto prima di imbattermi in Muriel Barbery, quel pensiero che se e quando formulato crea stupore, imbarazzo e talvolta smarrimento nei malcapitati presenti. Non riesco a trattenermi e mi chiedo come si misura quell’ingombro, a quale unità di misura ricorrere… Un ingombro espresso in metri cubi, in centimetri quadrati? Ed ancora, è ingombrante solo chi è presente? Nessun ingombro per un vuoto, il vuoto di un padre assente ingiustificato? Ironia per qualcosa che mi suscita fastidio

Giorni dopo incontro un’amica, conosciuta solo da poco, ma con la quale si è subito creato un grosso feeling. Ritagliamo uno spazio e ci regaliamo un banalissimo caffè con sigaretta. È bello avere un amico, essere accettati, anche se non compresi, permette di allentare ogni tensione. Parliamo fitto fitto, come sole noi donne riusciamo a fare, e com’era da prevedersi scaravento su quel tavolo il mio pensiero profondo, assetata come sempre di emozioni, percezioni, d’anima.

‹‹Assolutamente si.›› replica sicura, ‹‹Un vuoto può esser molto ingombrante››.

E racconta, con la voglia e la serenità di farlo. Racconta del suo imbarazzo misto a rabbia per le stesse, sempre uguali, domande che le venivano poste e delle sue altrettanto uguali e preconfezionate risposte. Risposte bugiarde, o anche vere ma solo a metà, verità con mutilazioni feroci.

‹‹Mamma ha portato via me e mio fratello, ha avuto il coraggio di scappare da mio padre›› mi dice ‹‹Eppure ero sempre pronta a dire che avevano deciso di comune accordo per il nostro rientro. Pensa che anche se tutti sapevano, continuavano a chiedermi quando sarebbe venuto, almeno per una vacanza, ed io continuavo a ripetere che prima o poi sarebbe accaduto, anche se era troppo legato al Paese che lo ospitava››.

Un’ombra attraversa il suo volto e il suo sguardo diventa sempre più cupo, ma continua a ruota libera, parla come se non riuscisse più a fermare l’irruenza dei suoi pensieri, il flusso delle parole, come se fossero state già lì, ansiose di divenire suoni. Ed io non so se fermarla, distoglierla o se lasciarla continuare. Rimango muta.

‹‹Dovunque andassi e con chiunque fossi, ›› continua, ‹‹ho sempre temuto il momento in cui inevitabilmente il discorso sarebbe caduto sui genitori, oppure che la mia nazione di nascita si trasformasse in generatore di curiosità e domande. Come motivare la sua completa e annosa assenza? Come evitare di spiegare il suo non-amore? Il suo colpevole e sprezzante atteggiamento? Io ci provavo in modo spesso maldestro, sfiorando il patetico, fino a quando non mi inventai il padre emigrato per lavoro, vero, impossibilitato a viaggiare, falso››.

Conosco solo un po’ la sua storia, ma non l’avevo mai vista così vulnerabile, esposta…. Non ne avrei parlato, altrimenti. In quel bar soffro per la sua cruda sincerità, avrei preferito che snocciolasse anche a me le sue verità distorte e mutilate.

Sta bene, ci scriviamo, dicevo ma non ci scrivevamo per niente. Non era più reperibile e quand’anche lo fosse stato, io non lo avrei mai fatto››.

Ora ci sono dolore e rabbia nei suoi occhi e mi spiega che ad otto anni per molti mesi gli aveva scritto quasi ogni settimana. Un giorno però le era arrivato un plico, dentro c’erano tutte le sue lettere, mai aperte. Insieme alle lettere un biglietto in cui si invitata la madre a non farle scrivere più nulla che fosse indirizzato a lui perché "neppure 300 di queste ragazzette valgono mio figlio".

‹‹Mi è bastato. Non ho più scritto, anche quando mamma insisteva per un semplice saluto. Neppure per gli auguri. Bastardo e vigliacco, neanche il beneficio del dubbio… Riesci ad immaginare di quanto del mio spazio mi ha rapinato, quanto sia stato ingombrante?››

Cerca di stemperare la rabbia, ritrovare una serena lucidità… no, anche se sono passati decenni non è ancora guarita, ancora troppo arrabbiata oppure troppo distaccata, sempre un ‘troppo’ di troppo… e mi spiace, ne sento il dolore, ne vedo le ferite ancora aperte.

‹‹A ben pensarci›› aggiunge, ‹‹ho ricevuto da lui, e suo malgrado, due grossi doni. Doni estremi, che paradossalmente gli si addicono. Una vita, la mia. E, orribile a dirsi, una morte, la sua. Mi ha tolto da un grosso imbarazzo: il suo ingombro. Un vuoto ingombrante, come lo chiami tu. Come misurarlo? Scegli tu, mi fido››.

Non quantifico, non misuro. Riesco a pensare solo ad una ragazza di tanti anni fa alla soglia della maggiore età. A lei un dramma ha regalato una pietibile e ordinaria normalità. Infine e finalmente.

 

Milena Campagnuolo (18 settembre 2009) 

                  

              

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: