Archivio per settembre, 2009

Quando una foto …

Posted in nugae on 27 settembre 2009 by pensierididonna

Quando una foto….

 

Il fruscio del mare sulla battigia, acqua salata che avvolge ed

imprigiona per liberare solo un attimo dopo un cuore, che pulsa 

di passione, scoppia per amore, si spezza per il dolore.

 

 

Oh, cuore, cuore sballottato, bistrattato e accarezzato, il salato che ti

brucia e t’incendia non ti è nemico, ti ricorda che ci sei.

Ti dice che sei vivo.

 

Milena Campagnuolo (24 settembre 2009)

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UN INGOMBRO di Milena Campagnuolo

Posted in Spaccati on 18 settembre 2009 by pensierididonna

 

Un’intervista ad un’autrice in una trasmissione televisiva. È la presentazione del suo libro appena uscito nelle librerie. Si parla di lei, della sua vita col padre, un padre noto ai più. Butta fuori quello che ha, quello che può dire e mi colpisce una frase… "Ho avuto un padre in qualche modo ingombrante".

Inseguo il varco che una parola ha aperto. Vedo. Vedo l’ingresso in una stanza e l’immediato sparire dello spazio, interamente risucchiato da una figura che sembra poter polarizzare l’attenzione di tutto il mondo che comincia già ad un micron dai suoi abiti, un uomo che può dire sempre ed oltre chiunque altro.

Intuisco le dimensioni gigantesche che può assumere un padre così per una bambina… . E come spesso mi accade, ecco arrivare quello che io chiamo, canzonandomi un po’, pensiero profondo, già da molto prima di imbattermi in Muriel Barbery, quel pensiero che se e quando formulato crea stupore, imbarazzo e talvolta smarrimento nei malcapitati presenti. Non riesco a trattenermi e mi chiedo come si misura quell’ingombro, a quale unità di misura ricorrere… Un ingombro espresso in metri cubi, in centimetri quadrati? Ed ancora, è ingombrante solo chi è presente? Nessun ingombro per un vuoto, il vuoto di un padre assente ingiustificato? Ironia per qualcosa che mi suscita fastidio

Giorni dopo incontro un’amica, conosciuta solo da poco, ma con la quale si è subito creato un grosso feeling. Ritagliamo uno spazio e ci regaliamo un banalissimo caffè con sigaretta. È bello avere un amico, essere accettati, anche se non compresi, permette di allentare ogni tensione. Parliamo fitto fitto, come sole noi donne riusciamo a fare, e com’era da prevedersi scaravento su quel tavolo il mio pensiero profondo, assetata come sempre di emozioni, percezioni, d’anima.

‹‹Assolutamente si.›› replica sicura, ‹‹Un vuoto può esser molto ingombrante››.

E racconta, con la voglia e la serenità di farlo. Racconta del suo imbarazzo misto a rabbia per le stesse, sempre uguali, domande che le venivano poste e delle sue altrettanto uguali e preconfezionate risposte. Risposte bugiarde, o anche vere ma solo a metà, verità con mutilazioni feroci.

‹‹Mamma ha portato via me e mio fratello, ha avuto il coraggio di scappare da mio padre›› mi dice ‹‹Eppure ero sempre pronta a dire che avevano deciso di comune accordo per il nostro rientro. Pensa che anche se tutti sapevano, continuavano a chiedermi quando sarebbe venuto, almeno per una vacanza, ed io continuavo a ripetere che prima o poi sarebbe accaduto, anche se era troppo legato al Paese che lo ospitava››.

Un’ombra attraversa il suo volto e il suo sguardo diventa sempre più cupo, ma continua a ruota libera, parla come se non riuscisse più a fermare l’irruenza dei suoi pensieri, il flusso delle parole, come se fossero state già lì, ansiose di divenire suoni. Ed io non so se fermarla, distoglierla o se lasciarla continuare. Rimango muta.

‹‹Dovunque andassi e con chiunque fossi, ›› continua, ‹‹ho sempre temuto il momento in cui inevitabilmente il discorso sarebbe caduto sui genitori, oppure che la mia nazione di nascita si trasformasse in generatore di curiosità e domande. Come motivare la sua completa e annosa assenza? Come evitare di spiegare il suo non-amore? Il suo colpevole e sprezzante atteggiamento? Io ci provavo in modo spesso maldestro, sfiorando il patetico, fino a quando non mi inventai il padre emigrato per lavoro, vero, impossibilitato a viaggiare, falso››.

Conosco solo un po’ la sua storia, ma non l’avevo mai vista così vulnerabile, esposta…. Non ne avrei parlato, altrimenti. In quel bar soffro per la sua cruda sincerità, avrei preferito che snocciolasse anche a me le sue verità distorte e mutilate.

Sta bene, ci scriviamo, dicevo ma non ci scrivevamo per niente. Non era più reperibile e quand’anche lo fosse stato, io non lo avrei mai fatto››.

Ora ci sono dolore e rabbia nei suoi occhi e mi spiega che ad otto anni per molti mesi gli aveva scritto quasi ogni settimana. Un giorno però le era arrivato un plico, dentro c’erano tutte le sue lettere, mai aperte. Insieme alle lettere un biglietto in cui si invitata la madre a non farle scrivere più nulla che fosse indirizzato a lui perché "neppure 300 di queste ragazzette valgono mio figlio".

‹‹Mi è bastato. Non ho più scritto, anche quando mamma insisteva per un semplice saluto. Neppure per gli auguri. Bastardo e vigliacco, neanche il beneficio del dubbio… Riesci ad immaginare di quanto del mio spazio mi ha rapinato, quanto sia stato ingombrante?››

Cerca di stemperare la rabbia, ritrovare una serena lucidità… no, anche se sono passati decenni non è ancora guarita, ancora troppo arrabbiata oppure troppo distaccata, sempre un ‘troppo’ di troppo… e mi spiace, ne sento il dolore, ne vedo le ferite ancora aperte.

‹‹A ben pensarci›› aggiunge, ‹‹ho ricevuto da lui, e suo malgrado, due grossi doni. Doni estremi, che paradossalmente gli si addicono. Una vita, la mia. E, orribile a dirsi, una morte, la sua. Mi ha tolto da un grosso imbarazzo: il suo ingombro. Un vuoto ingombrante, come lo chiami tu. Come misurarlo? Scegli tu, mi fido››.

Non quantifico, non misuro. Riesco a pensare solo ad una ragazza di tanti anni fa alla soglia della maggiore età. A lei un dramma ha regalato una pietibile e ordinaria normalità. Infine e finalmente.

 

Milena Campagnuolo (18 settembre 2009) 

                  

              

L’uno e il due

Posted in Senza categoria on 4 settembre 2009 by pensierididonna

Due, solo due i giorni di questo settembre e già troppi.

Il calendario può essere un semplice contatore di tempo oppure contenitore denso di vita. Anno dopo anno, ogni numero stampato si sveste di grafica per diventare un tutt’uno col vissuto di ciascuno, nascondendo, e neanche tanto, eventi e fatti dal sapore tutto umano.

In un uno c’è uno strappo profondo, lacerante col quale si può convivere solo non ritrovandosi mai da soli con se stessi mentre disperazione ad angoscia spingono alla ricerca di un chiodo che ne scacci un altro, anche se si sa che non funziona.

Ad un giorno di calendario è consegnato il dolore più grande che si sia mai vissuto, quello mai ri-elaborato. Espressione spaventosa che dice di tanti troppi giorni in cui ci si sente smarriti persi, improvvisamente condannati a fluttuare in assenza di gravità e nessun ancoraggio. Dice di un non riuscire a pensare senza lacrime calde, o ancor peggio, asciutte a quella domenica, la prima di un settembre vecchio anni. Un due che sembra cadere ogni giorno, replicandosi all’infinito.

L’uno ed il due, dunque. Numeri simili, entrambi divenuti pesanti… difficili… Un noto autore ha scritto, in contrasto con l’aritmetica, che sono opposti fra loro.

Vorrei tanto che fosse vero.

 

Milena Campagnuolo (2 settembre 2009)