BEFANA di Milena Campagnuolo

 

    

 Stava vivendo giorni, non sapeva dire… strani e con un po’ di magone nel cuore.  La spaventava quel tuttonuovo che la circondava ma non provava nostalgia per il tuttoniente che aveva lasciato. Paese nuovo, casa nuova, parenti nuovi, amichetti… nessuno. Solo il  fratello, amico e complice, unica certezza con cui dire, chiacchierare, esprimere i timori per quel nonno nuovo e la sensazione di modi forzati degli zii, pure loro nuovi.

La mamma era come diversa. Finalmente era arrivata dove voleva ma sembrava … smarrita, non più sicura come l’aveva vista da sempre e diceva sempre loro di non fare chiasso, anche quando ridacchiavano solo. Di uguale però c’era il suo abbraccio, le sue coccole. “Sei contenta di essere qui? Hai visto ci siamo riusciti?” “Yes, mam”. Non era contenta, ma non voleva darle dispiacere. Meno di quatto anni sono troppo pochi per rassicurarsi, capire che era normale, che sarebbe passata. 

Era un giorno di gennaio, ormai era più di un mese che quasi soffocava per quel tuttonuovo, non sapeva quale giorno fosse e fino ad allora neanche le era importato. Arrivò un signore vestito di nero, un sacerdote avrebbe imparato a dire, con due pacchi grandi grandi. Uno era per lei. Un regalo! Aveva avuto un regalo! Strappò via la carta, si fece aiutare ad aprire la gigantesca scatola dalla mamma e, ohohohoh, a bocca aperta guardò quella splendida bambola. Occhi azzurri, boccoli biondi e una enorme gonne a campana di raso e merletti. Non aveva mai avuto una bambola fino ad allora, lei ed il fratello si erano sempre divisi gli stessi giocattoli. Era enorme. Solo un tanto così più bassa di lei e l’aveva portata quel signore solo un tanto così più alto di lei.

Era così contenta che non prestò affatto attenzione al camion col quale stava giocando il fratello. 

La mamma poi le aveva spiegato che era il sei gennaio e proprio in quel giorno una vecchina a cavallo di una scopa portava giocattoli ai bambini che erano stati buoni. Era la Befana. 

La Befana non c’era dove erano prima, c’era Babbo Natale. A lei portava ben poco, al fratello di più, ma la mamma le aveva detto che lui era più grande e così non le importava. Giocavano sempre assieme. Fucili, pistole e fionde avevano fatto di lei un maschiaccio in miniatura. 

“Mamma, perché la Befana non è venuta direttamente da noi? Perchè è stato questo signore a portare i giocattoli?”.  “La Befana non sapeva dove abitavate e allora ha chiesto al Parroco, che conosce tutti i bambini, la cortesia di portarveli”. La bambina era rimasta perplessa, ma solo qualche attimo, poi, dopo aver dispensato baci a tutti – no, al nonno no – era tornata alla sua bambola di cui era già innamorata persa.  

Solo in seguito avrebbe saputo che la sua prima Befana era frutto della generosità di quel parroco, lui sapeva che altrimenti per loro non ci sarebbero stati giocattoli. La mamma non poteva e nonno e zii  li aiutavano a sopravvivere, certo, ma non li coccolavano, come si fa con dei bambini. Rimanevano degli stranieri estranei. A quei bambini era stata rubata una parte della magia dell’infanzia e coglievano la loro diversità.  

Per anni e anni quella bambola – distrutta dal troppo giocarci, dalle troppe carezze –  è stata un oggetto prezioso,  testimonianza di amore che quella bimba, da adolescente e poi da donna, non ha mai dimenticato. Per questo ha  sempre accettato e amato quel parroco dal carattere un po’ rude e spesso permaloso.     

     In tutte le foto ricordo, in un reciproco cercarsi, dalla prima comunione, al matrimonio, al battesimo di suo figlio, ad officiare, da parroco o da soldato semplice, c’è sempre un sacerdote,  solo un tanto così più alto  di una bimba di quattro anni, che il sei gennaio del 1964 si fece … Befano.

Milena Campagnuolo (6 gennaio 2009)

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