Un diverso addosso

  

Qualche giorno fa, tornando a casa, ho intravisto l’ ormai familiare coda di auto ad attendermi sulla statale, all’incrocio non scelgo per inerzia la direzione di sempre, svolto a sinistra e mi ritrovo sulla strada principale della cittadina che mi ha vista diventare da adolescente donna. E’ qui che ho frequentato il liceo. Proprio su questa strada per ore, con libri ed ingombranti vocabolari, insieme ad altri ragazzi, ho aspettato l’autobus che mi riportava a casa.

 

    Mi sento strana, diversa . Un amico una volta ha scritto di sé ‘.. sento un diverso addosso’. Capisco la densità di quelle parole mentre un diverso lento e viscoso cola ricoprendomi.

Il traffico fa l’andatura ed è quella giusta. Di norma e con mio rammarico guardo senza vedere, ma col diverso che ho addosso mi guardo attorno e ….vedo.

 

   Vedo ‘il nostro distributore’. Accanto c’è un orrido parallelepipedo a sostituire il palazzotto di famiglia di una mia campagna di classe. Si è sposata prima ancora che finisse il liceo. Noi, ragazzotti, non ne abbiamo mai compreso le ragioni. Forse voglia di vivere una vita da adulta, correre perdendo un pezzo di gioventù per strada, penso ora.

Su quel distributore ci davamo appuntamento con i pochi patentati e motorizzati per spostarci tutti insieme, con i rispettivi ragazzi o ragazze  desiderosi di altro al seguito.

Di fronte un palazzo… è ben tenuto, sempre uguale anche nei colori. Per mesi ho suonato a quel citofono. Mi preparavo per l’esame di maturità insieme alla figlia dei proprietari.  Fra quelle pareti ho vissuto, per giorno e ora in tempo reale, come si dice oggi, le vicende tristi della primavera del ’78.

Ah ecco! Spunta la casa di un altro compagno di sventura. Il porticato, il cortile.. tutto ben visibile. Lui collezionava voti non esaltanti e cuccioli sventurati e arruffati. Si è laureato e ha realizzato il suo sogno di bambino…

 

    Tante volte ho percorso questa strada, sbuffando per il traffico o facendo cadere di continuo lo sguardo sul quadrante dell’orologio, con nessuno di questi pensieri a farmi compagnia. Forse è il mio diverso che mi permette di trovare, e senza alcuna malinconia,  il senso di un vissuto.

 

    Senza alcun preavviso affiorano i ricordi più forti…., i momenti più intensi …..…

Quasi tutta la classe si era data appuntamento fuori al liceo quel pomeriggio del 13 giugno del ’77, sarebbero stati affissi i risultati della seconda liceale. Trattenendo il fiato e con occhi ansiosi, aspettammo tutti insieme e ancora tutti insieme, dopo la mattanza impietosamente esposta, andammo a mangiare la pizza a sbafo delle Antonella, Tonino o Antonio per promossi, bocciati o rimandati, da una a quattro materie, che fossero loro o che fossero gli altri. Quella sera rientrammo ben oltre l’ora concessa, scherzando e ridendo , riconciliati con la vita e col cuore di nuovo caldo. Sapevamo che non ci sarebbero state carezze ad attenderci ma non importava. Non era incoscienza o pazzia, era maturità in anticipo di un anno. E per non pochi anche due. I nostri sguardi erano di nuovo sereni, i nostri occhi un po’ più vecchi. 

Poi di nuovo un anno insieme, appena e come si poteva anche con coloro che non sedevano sugli stessi banchi, che solo un anno dopo sarebbero stati  soffocati da rocce, Euripide o Kant.

 

    Ripenso a trenta anni fa sorridendo: eravamo, inconsapevoli, una gran forza. Lo so adesso, allora no.

E’ per questa forza che, quando ci siamo rivisti tutti a 24 anni dall’esame di  maturità, e tutte le volte che a quella sono seguite, non siamo mai stati nostalgici. Solo noi, sempre uguali nel nostro essere diversi anche nel look. Diversi ma insieme. Gli stessi nomignoli o anche nuovi, spontanei, giusti per la voglia sempre uguale di canzonarci; sostituire con sms i bigliettini che viaggiavano di mano in mano sotto i banchi…, cantare a squarciagola canzoni cantate già o non ancora….

 

    Riesco a rivedere e risentire quel rumoroso gruppo di ex-compagni di scuola, battute e parole prive, spontaneamente o a forza, di vanti e  spavalderie,  mai a ferire il silenzio di chi non si racconta.  Vedo l’incrociarsi di sguardi che si soffermano più del dovuto, a sostituire parole mai dette e che continueranno a vestirsi di silenzio. Occhi che si accarezzano e che grondano tenerezza. Un’infinita tenerezzaOra come allora.

  

E mentre racconto di un passato mai passato che si è fatto presente, è ancora un diverso, qui, adesso, che restituisce me a me stessa permettendomi di raschiare l’inutile che soffoca il mio spirito, offusca la mia anima, rendendola nuova eppure ritrovata, diversa ma uguale, un sentire che non è passato, presente o futuro perché non ha né tempo né modo.Vorrei tanto che questo che sento addosso, che mi copre fino all’ultimo centimetro, non sia più un diverso ma un uguale, certezza, punto di partenza per un nuovo magico diverso.  

  

Milena Campagnuolo  (20 giugno 2008)

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